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January 31 BARI-MILANO A/RBARI-MILANO A.R. Il fatto è che ero stanca, stufa, forse un pò esasperata, così dovevo per forza reagire. Non ne potevo più! Alla fine cosa mi portava di buono starmene otto ore (cioè tutto il tempo possibile) al sole a crogiolarmi, tutt’al più a leggermi un pò di Pennàc e ad aspirare qualche tiro di cancro da una sigaretta? Niente. Oddio, se mi fossi trovata in un altro stato d’animo, forse sarei stata anche bene, contenta e soddisfatta del mio far nulla, del mio bighellonare da una sdraio ad un telo da mare a riva, appagata dal mio colorito sempre più dorato, che avrebbe fatto invidia persino a «Miss legeresse», per intenderci, quella che divora würstel di pollo tutto il giorno su di una barca a vela, (c’è da dire che ho qualche dubbio che quella abbronzatura se la sia procurata in barca, io ci sono stata in barca e vi assicuro che il risultato è stato alquanto diverso, a momenti ero da ricovero per ustione, non è affatto così uniforme e «patinato») ma così non si poteva proprio continuare... trattavasi di puro masochismo... Stare lì e godermi quel film in prima visione assoluta... I protagonisti? Massimo Ciavarro-Alessandro, Gloria Guida-una nuova sciaquetta, un po’ geisha, un po’ crocerossina, (e pensare che quel ruolo l’anno scorso era tutto mio, e come mi trovavo a mio agio...) che davano il meglio di loro in baci appassionati tra la spuma del mare e la sabbia dorata, piccole schermaglie amorose, piccole rincorse, per poi concludere proprio come in “Sapore di mare” con una romantica fuga su di un vespone (quel vespone che l’anno scorso condividevo io con Massimo-Ale, e come stavo bene...). A cosa poteva giovarmi attendere, soffrendo, che poi lei partisse, se comunque lui per l’altra settimana sarebbe stato inutile potendo ora, solo propinarmi una terribile (a suo dire importantissima) amicizia? Il bello è che io non l’ho compreso subito tutto ciò, e pur di vederlo, parlargli, sentire che in qualche modo esistevo ancora per lui, mi accontentavo di questa “rifaldata”... Poi sono arrivata al punto in cui non ce la facevo proprio più... Prima di allora è completamente inutile che parenti, amici, ti facciano notare che hai stampato addosso un «welcome» enorme e che la tua trasformazione in zerbino-umano volge al termine... Devi arrivarci da sola. Un giorno ti svegli con la nausea alla bocca e incominci a provare un pò pena per te stessa, così se tutto và per il verso giusto, recuperi quel pò di orgoglio che ti è rimasto attaccato alla suola delle tue sneakers e lo usi per porre fine a questa situazione di «abnegazione cronica dell’io»... Io devo aver grattato proprio bene la suola delle mie New Balance, dato che ieri, sono tornata dalla Calabria, una settimana prima, e stamattina ero alla stazione di Bari, che compravo un biglietto di sola andata per Milano. Erika ha detto che se voglio, posso appoggiarmi da lei anche per qualche mese... Così, oggi, tra le altre cose, ho acchiappato le fotografie che ho fatto la scorsa stagione per quel fotografo, e le ho buttate in valigia, tra t-shirt e slip, non si sa mai... potrei mostrarle a qualche agenzia... guadagnare qualcosa per sopravvivere... qualunque cosa pur di non dover più dividere la città con lui... magari riesumo il mio brevetto di aerobica mai utilizzato, ma tenuto lì, in quel cassetto come gloria personale... Ora sono in treno. Sono due, ad oggi, delle giornate più stressanti della mia vita! Ieri ho guidato tutto il viaggio io, (e chi sennò?) oggi sono qui «spiaccicata» sulla mia valigia, in un corridoio lurido, appiccicoso, tra la prima e la seconda classe... E mi vien da pensare: metafora della mia vita, «Mariagrazia la via di mezzo», medio-borghese, medio-intelligente (media del sette a scuola, che non è dieci, non è cinque), medio-bella (bellissime sono Laetizia Casta, Eva Herzigova), e mi domando “perché non mi sforzo ad istruirmi di più?”, ancora “perché quando avevo sedici anni (l’ età giusta per quelle cose lì), non mi sono presentata in una agenzia, dove avrebbero potuto insegnarmi il culto del se’ e costruirmi un immagine?” Vabè! Dicevo... il suddetto corridoio, è lurido, appiccicoso, e sono lurida e appiccicosa anch’io, in più molto disidratata e stanca. Dove mi butto? Dio mi aiuti! Sono ancora a Termoli, quando mi passa in questo modo fino a Milano? Lo devo fare per me stessa... resisti... Oh! Aspetta un po’... Ho colto uno sguardo “sconcertatamente” passionale di un tipo sui trentacinque-sei anni, che sta per scendere, rivolto dall’alto verso questa povera biondina, “medio-borghese”, “scittata” su di una valigia con un quaderno e una penna fucsia in mano... e non riesce a distoglierlo... ora sorride, lui, con la sua polo grigia melange addosso, i Ray-ban tra i capelli, bermuda kaky e Timberland ai piedi. Ha i suoi occhi un po’ tra le mie tette, coartate nel body, praticamente intrufolati dentro, un po’ nello “sprofondo” dei miei occhi blu-zaffiro “contattati”. Ora è sceso. Continua a guardarmi dal finestrino... si è innamorato! Il destino non ci ha concesso tempo... peccato... forse mi sarebbe piaciuta la tua maturità (almeno per l’ età), forse mi sarebbe piaciuto concederti la mia giovinezza «palestrata» e abbronzata, le mie tette finalmente dello stesso colore del resto, il mio culo sodo «perizomato»... Ma così è la vita, e mi vien da pensare ad Aldo, Giovanni e Giacomo... Ora, io, avrei anche potuto seguirti e chissà cosa sarebbe accaduto, ma non l’ho fatto e sicuramente mi accadrà qualcos’altro, che non sarebbe accaduto se avessi seguito te... La vita è così, è una serie di scelte, ti apri a certe possibilità, e nello stesso tempo te ne precludi altre... E’ una «sliding door», adesso penso al film con G. Paltrow... Dio quanto lo amo però! Chi? Il mio assillo. Io mi accorgo di essere innamorata di lui fino al midollo, intriso del suo odore, che «mi manda fuori di meandro»... L’ altro giorno (ultimo giorno Calabrese) eravamo nella sua Lancia K, ed io lo guardavo piuttosto disperata dentro. Lui guidava, accanto c’era «l’onnipresente» Vittorio, che quest’ anno è stato sempre tra di noi, quando non c’ era lei (la geisha), così eravamo sempre in tre a ballare l’Aligalli. Io ero dietro, così potevo fissarlo quanto volevo... e cosa ho pensato? Cazzo, quanto lo amo! Amo i suoi capelli, lisci, neri, doppi e tanti! Cazzo, i suoi occhi diversi mi fanno impressione dentro, nell’animo! La sua bocca mi fa morire di desiderio, poi all’ improvviso si spalanca in un sorriso meraviglioso, e allora mi fa tenerezza, quasi mi commuove... Lo amo e mi consumo e avrei voluto spaccare tutto, invece mi sono annullata sul sedile di dietro, mentre lo stereo «girava» quella cd dell’anno scorso, con quella canzone che mi riportava a quando non riuscivi a rimanermi vicino senza il minimo contatto... e allora la tua mano, vagava alla ricerca della mia, delle mie tette, o della mia coscia, mentre mi dicevi : «Amo’ (che sta per amore), senti quanto è vip ‘sta canzone» e mentre io mi chiedevo se una canzone può essere definita «vip», tu la «pompavi» al massimo e mi sentivo come in paradiso. Non so effettivamente come ci si possa sentire in paradiso, ma io spero ci sia qualcosa di simile alla tua mano e a quella canzone anche lì… A Pescara la situazione degenera... mi sembra di essere una vacca in un carro bestiame. Ogni tanto arrivano certe folate aromatiche «niente male», mentre assisto ad una variegata sfilata di sandali stile «tedesco»... Incredibile quanto si usino quest’anno! Incredibile quanto io li odi! Dio, devo scrivere per sopravvivere! Non posso soccombere! Giuro che guadagnerò venti mila euro al mese e viaggerò solo in «business-class!» Questo vecchio qui, che è passato adesso, odora di pesce marcio! Le mie «No Name», da bianche, sono color fango! Perché nessuno mi chiama al cellulare, che mi distraggo e smetto per dieci lunghissimi minuti, di sentirmi una vacca condotta al macello? E’ proprio vero che una telefonata allunga la vita... Gentaglia! Non ne posso più! Sete da deserto... Questo di fronte, si gira le castagne (tipico movimento manuale maschile su zona inguinale). Questa che è passata puzza di brodo! Lo sapete (a chi poi?) che ho fatto l’altro ieri? Ho volutamente, intenzionalmente, lasciato cadere il mio codice fiscale (il documento che mi sarebbe servito di meno) in macchina di Alessandro, così dovrà richiamarmi per farmelo sapere, e magari venirmi a trovare... Una coppia «dark-movement» si è seduta davanti a me, incominciano a sbaciucchiarsi, a toccarsi, li odio i «dark-movements», odio ancora di più i «dark-movements» felicemente fidanzati... Prima o poi, qui, tra un «mi scusi» e un sorriso, mi beccherò un culo o un genitale sulla faccia, che proprio all’altezza della zona pubica delle altra vacche recalcitranti, di passaggio, che proprio non ne vogliono sapere di rassegnarsi e mantenere le proprie posizioni di partenza. Capisco che sono pure dieci ore, ma mi sembra un tantino esagerato tutto questo movimento, questo «andi-rivieni». God save this small blond! A quest’ora io ero ancora sulla sdraio, sorseggiavo the freddo e ogni tanto mi calavo in acqua. Fra circa due ore mi veniva a prendere, e «cazzeggiavamo» sul vespone, con l’aria (pulita) che ti viene contro ricca di O2 e profumata di estate... “Milano... Stazione di Milano”. Qui puzza tutto invece, non sono ancora arrivata, e già sono grigia di smog, pallida di stress... Mi spingono, un’orda di gente corre verso i carrelli porta-valigie, io resto senza. Ho sete, sono stanca, stropicciata e ora mi devo pure trascinare la valigia per chiedere quale metrò porti dalle parti di Corso Sempione... Vabè! Vado a chiedere a quell’uomo lì in divisa... Avrei voluto chiedere per quel metrò, ma dalla bocca mi esce un: “Mi scusi a che ora parte il primo treno per Bari?” Sotto lo smog ho ancora il mio colore doraticcio... Forse faccio in tempo... January 23 Primo giorno di praticantato legaleDel mio primo giorno da “apprendista libera professionista”, ciò che meglio ricordo è l’alternanza di sentimenti di odio a quelli di “auto-incastramento”. Avevo appuntamento col mio “dominus” (colui che dovrebbe illuminarti, condurti attraverso gli impervi sentieri del diritto, aiutarti a districarti nella giungla della giurisprudenza) in tribunale, ed io l’ho odiato subito. Ho odiato l’edificio, la struttura architettonica l’ho trovata grigia e triste, l’immensa scalinata mi ha dato tremendamente fastidio… lo pone “superior” rispetto al resto della città… magari è anche giusto, perché la giustizia è “superior”, o comunque dovrebbe essere tale, ma a me ha dato fastidio. Un senso di inquietudine poi, mi hanno provocato cancelli, sbarre, carabinieri e guardie varie… Ho odiato Atena. Se ne stava lì, davanti all’entrata principale, enorme e immensa, quasi a sbarrarti il cammino. Lei è “tanta”, una sorta di Valeria Marini con la faccia perennemente incazzata, e che tu sia uno spacciatore, un avvocato, un praticante, una segretaria, un magistrato o magari un assassino, lei dispensa a tutti lo stesso sguardo, mentre con una mano agguanta lembi di un drappo che le cinge i fianchi, e con l’altra, brandisce una spada enorme, che per la verità, neanche Schwarzennegger, con tutte e due le braccia, sarebbe riuscito a puntarla con tale forza contro il cielo. Ma lei è Atena, collocata nello spazio antistante il tribunale, e di questo se ne bea! Vabe’! Così già davanti al cancello mi si è stretto lo stomaco, e intanto che attendevo il mio avvocato (per antica tradizione gli avvocati sono sempre in ritardo), avevo deciso di rimanere di fronte alla “guardiana” di questo villaggio globale, e guardarla fisso negli occhi… “Se non l’hai capito ti sto sfidando, e se non mi tolgo gli occhiali da sole, non è perché ho paura, ma semplicemente perché tu il sole ce l’ hai alle spalle, io di fronte”… Ero così concentrata, che non l’ho visto arrivare, il mio “maestro”, così il suo “buon giorno” formale e piuttosto freddino, mi ha strappata allo stato di alienazione che mi stava catturando. Ho dovuto cominciare a corrergli dietro, per cercare di rimanergli accanto, perché loro, i “liberi professionisti a morire”, sono si, sempre in ritardo, ma poi in tribunale corrono come matti, che il tempo è denaro… Nei corridoi marmorei del tribunale, le mie sneakers, hanno cominciato a cigolare, “scratchare”, alquanto, e lui (sempre il mio maestro), si è fermato a guardarle con un’aria a metà tra il meravigliato e il seccato. Non sono riuscita a comprendere quale delle metà prevalesse, fatto sta’, che subito dopo ha elargito il suo primo insegnamento: “Prima di tutto dobbiamo acquisire un’immagine più consona al ruolo.” “Dobbiamo chi?” Dobbiamo io? “Ruolo?” Quale ruolo? Dove mi colloco? E mentre attendevamo uno degli ascensori, che hanno un non so che di distorto anche loro qui, infatti sono sempre di fretta in armonia con li tutto, e se ti manca il ritmo “tribunalesco” rischi di rimanere schiacciato tra le porte, ho avvertito lo stomaco sempre più stretto, un forte senso nauseabondo, il respiro difficoltoso… “Sarà mica un inizio di asma? Boh! Io mica sono asmatica!” Vabe’! Siamo giunti nell’aula dove sua maestà la regina, affiancata dai paggetti, teneva udienza. Abbiamo speso mezz’ora cercando il nostro fascicolo, in giro per l’aula, chiamandolo con il nome delle parti, a volte anche urlando alquanto, e a me un po’ è venuto in mente il mercato del pesce, dove della gente si muove scombussolatamente, dell’altra ti grida nelle orecchie occasioni e offerte speciali. Abbiamo speso un quarto d’ora per scrivere un verbale, con il quale ci si riportava a tutte le domande e le eccezioni contenute nell’atto introduttivo. Abbiamo speso un’ora per attendere il nostro turno al cospetto di sua maestà. Allora per sopravvivere alla noia, ho incominciato a pensare, cosa avrei potuto fare di più edificante in quell’ora. Mi sono venute in mente le seguenti cose: - Avrei potuto chiamare Marco, per farmi portare a casa una brioche, insieme ad un po’ di sesso; - Studiare un po’ di Inglese; - Leggere Pennàc; - Ascoltarmi per una volta e mezzo il cd dei Verve; - Correre sul lungo mare con l'ipod nelle orecchie; - Andare al mercato; - Finire di battere al computer il mio racconto; - Una chiaccherata intensa con Irene e quattro sigarette; - Smantellare la mia camera e riordinarla; - Giocare con il gatto; - Pulire le verdure per un minestrone e cucinarle; Così ho inesorabilmente compreso che io e le mie sneakers non c’entriamo “molto” in quel posto e mentre scendevo le scale, gliel’ho detto: “Atena hai il culo troppo grosso e i fianchi larghi!”
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